
Vi presento
l'Anno Polare Internazionale 2007/2008!
Il primo marzo 2007 ha avuto inizio l’Anno Polare Internazionale
(International Polar Year, IPY), marzo 2007 - febbraio 2008, indetto da
ICSU (International Council for Science) e da WMO (World Metereological
Organization).
Trattasi
di un vasto programma scientifico su scala mondiale dedicato all’Artico
e all’Antartide, un’iniziativa che costituirà il periodo di ricerca più
intensivo degli ultimi 50 anni sulle regioni polari, con particolare
attenzione al cambiamento climatico. 50.000 scienziati e ricercatori,
di oltre 60 paesi, stanno già lavorando su 228 progetti. Le ricerche
vertono sulla mutevole situazione delle regioni polari, con l’obiettivo
di indirizzare la ricerca scientifica di Università ed Enti preposti ad
una maggiore conoscenza dell’Antartico e ad una migliore comprensione
dei principali meccanismi terrestri, oceanici ed atmosferici che
controllano il pianeta, con l’intenzione di trovare anche delle
soluzioni per salvare il nostro mondo. All’iniziativa partecipa
massicciamente l’Agenzia Spaziale Europea, in quanto i mezzi di ricerca
messi a disposizione dalle tecnologie spaziali sono oggi di primaria
importanza per il buon esito degli studi.
L’Italia è parte integrante di questo progetto planetario. Il responsabile dei programmi scientifici italiani è il prof. Carlo Alberto Ricci,
Presidente della Commissione Scientifica Nazionale per l’Antartide,
CSNA e professore ordinario dell’Università di Siena, spesso
qualificata come il centro per eccellenza per le Scienze della Terra. "Sarà
l'occasione per valutare la portata del cambiamento climatico in modo
attendibile, risultato che si può ottenere solo acquisendo i dati di
partenza, che devono essere raccolti ai Poli", disse il prof. Ricci,
nel marzo scorso a Geocar. Da decenni, in effetti, l’Italia vanta una
sua presenza scientifica di rilievo nelle regioni polari e il prof.
Carlo Alberto Ricci ne rende regolarmente testimonianza grazie alle varie spedizioni nell’Antartide che conduce. I
ricercatori italiani sono impegnati in quattro progetti, coordinati dal
CNR, che rappresenteranno l’evoluzione a breve termine di alcune
ricerche già in atto, finalizzate ad acquisire una maggiore conoscenza
dei cambiamenti climatici globali, su scala regionale e su scala
planetaria.
L'Italia
partecipa alle ricerche in Antartide con il Programma Nazionale di
Ricerche in Antartide (PNRA), che è stato istituito nel 1985. Da
allora, spedizioni annuali hanno condotto numerosi ricercatori in
Antartide. Grazie ad un notevole impegno progettuale e logistico, è
stato possibile costruire la base italiana di Baia Terra Nova, nel Mare
di Ross, e la base italo-francese Concordia, sull'altipiano glaciale,
presso Dome C. Molteplici sono i motivi di interesse scientifico per
l'oceano, l'atmosfera, le forme di vita, le rocce, le meteoriti, i
sedimenti ed i ghiacci antartici. Il Ministero Italiano dell'Università
e della Ricerca ha dichiarato più volte di voler proseguire
nell'impegno italiano in Antartide e nell'Artico.
Forse, prima di proseguire, bisogna chiarire la differenza tra Antartide ed Artico. L'Antartide è un continente di 14 milioni di m2, situato al polo sud, circondato dall’oceano australe. Territorio dei pinguini imperatori, è al 98% costituito da ghiacci, con uno spessore medio di 1600 metri anche se la calotta glaciale che ricopre l'Antartide nella sua quasi totalità supera a volte i 4.500 m di spessore. È, in media, il luogo più freddo della Terra e con le maggiori riserve di acqua dolce del pianeta. Non abitato, l’Antartide è protetto da un trattato entrato in vigore nel 1961. Il Trattato dell’Antartide è
il risultato dei negoziati avviati durante l'Anno Geofisico
Internazionale 1957-1958. Il trattato stabilisce che il territorio
antartico debba essere utilizzato esclusivamente a scopi pacifici,
garantisce costantemente la libertà di svolgere attività di ricerca,
promuove la cooperazione scientifica internazionale favorendo lo
scambio di progetti e personale di ricerca e impone che i risultati
siano resi disponibili gratuitamente. Attualmente è sottoscritto da 45
paesi e è valido fino al 2015.
L'Artico non è un continente. E’un immenso oceano. Il Mare Glaciale Artico è situato interamente nella regione del Polo Nord. Occupa un bacino approssimativamente circolare ed interessa un'area di circa 14.090.000 Km quadrati. E’gelato in gran parte della sua superficie. (Il ghiaccio galleggia sulla superficie dell'acqua ed è spesso in media 3 metri (con punte occasionali di 10 metri).
La coltre di ghiaccio raddoppia le proprie dimensioni in inverno,
inglobando parte della terraferma circostante. Gli iceberg si staccano
dal confine della banchisa
e navigano lentamente verso sud sciogliendosi. Situato intorno al polo
nord, questa regione è abitata da popolazioni autoctone (Inuit,
Lapponi…) e animali (orso bianco, volpe polare, renna…). L'Artico
appartiene a diversi paesi: Danimarca, Islanda, Canada, Stati Uniti,
Norvegia e Russia. Le due grandi aree polari sono dei settori chiave
nel nostro pianeta e giocano un ruolo capitale negli scambi atmosferici
e nella circolazione degli oceani. Se sparissero, il clima del pianeta
cambierebbe drasticamente.
Perché
tanta preoccupazione? Da diverso tempo, l’abitante della terra si è
accorto dei cambiamenti climatici. Gli agricoltori, i pescatori ne
vedono le conseguenze sulla loro attività. Gli effetti si fanno sentire
sulla nostra salute, alcune malattie si propagano, nuovi virus si
diffondono. Varie ripercussioni si contano sul mondo animale, vegetale,
minerale. La qualità della vita è a rischio. Il problema c’è. Ma come
evitare gli schieramenti inutili, quanto eccessivi, tra quelli che
seguono la linea del “catastrofismo” e prevedono già la fine del mondo
e quelli invece dell’atteggiamento“banalistico”, per intenderci la
teoria di “comunque ci sono sempre stati dei cambiamenti nella storia
della terra e non ne siamo responsabili”? Forse, conviene affrontare
seriamente le questioni, ridurre consapevolmente i nostri comportamenti
consumistici e capire che il problema riguarda tutti noi, senza
eccezioni.
Un
dato innegabile: lo scioglimento dei ghiacci che ha un’influenza
diretta sull'innalzamento del livello dei mari e sul cambiamento del
clima e può accelerare l’effetto serra. Il fenomeno suscita sempre più
preoccupazione nelle comunità scientifiche e nell'opinione pubblica.
Uno studio riferisce che “se il permafrost dovesse sciogliersi,
sarebbero rilasciate nell'aria enormi quantità di metano, un gas che
favorisce l'effetto serra 23 volte di più dell'anidride carbonica.”
Nell’oceano Artico, dall'11 al 14 novembre 2006, si è constatato grazie
a delle misurazioni meteo-marine un riscaldamento sulla banchisa di 20 °C, passando da -25 °C a -5 °C!
Durante l’estate 2007, i ricercatori del Centro americano che raccoglie
i dati sulla neve e il ghiaccio (NSIDC) hanno verificato una
diminuzione dei ghiacci dei mari di più di due volte la superficie
della Francia, passando da 5,32 milioni di km2 due anni fa, a 4,14 milioni di km2.
L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) raggiunge la stessa conclusione grazie
alle osservazioni del satellite Envisat. Da una media di scioglimento
della banchisa di 100.000 km2 annuale, si è passati a 1milione di km2.
Il risultato è spaventoso dall’avviso di tutti. Se proseguirà a
sciogliersi a questi ritmi, per Jean-Claude Gascard, responsabile del
Programma europeo Damocles, “la banchisa estiva potrebbe essere
scomparsa nel 2020”.
Le conseguenze sono drammatiche per la fauna e la flora. Nell’Artico,
le prime vittime sono gli orsi e le volpi, ma anche i cetacei, le
foche, i trichechi, i pesci e gli uccelli. Lo scioglimento della
banchisa porterà all’apertura di nuove rotte marittime e favorirà il
passaggio di possenti petroliere che, salpate dai porti del nord
Europa, raggiungeranno più rapidamente quelli del Giappone con sicuri
benefici per gli armatori, ma rischi incontrollabili e gravissimi per
l’equilibrio del pianeta.
Il
passaggio Nord-Ovest, e tra poco l’apertura del passaggio Nord-Est, fa
già sentire il suo macigno sulla fauna: orsi che muoiono di fame per la
mancanza di prede o che annegano per la deriva delle lastre di
ghiaccio. Franco Foresta Martin in un suo articolo del 19 dicembre 2005, nel Corriere della Sera, cita Steven
Amstrup, un biologo marino del servizio geologico degli Stati Uniti:
«malgrado gli orsi polari siano abili nuotatori, in grado di compiere
tragitti di 30-40 chilometri
senza eccessiva fatica, tuttavia la nuova situazione li costringe a
spostamenti ancora più estenuanti per trovare il cibo: fino a 100 chilometri. E' per questo motivo che si stanno moltiplicando i casi di annegamento osservati.» Orsi che
non vanno più in letargo per il riscaldamento climatico, che nascono
ermafroditi per la quantità di pesticidi nella carne delle prede di cui
si nutrono, che mutano di comportamento…
La riflessione di Sheldon Drobot dell’US Geological Survey, citata in un recente articolo di Le Monde, fa riflettere: "Penso
però che i principali impatti della diminuzione della banchisa saranno
di tipo sociale. Numerosi indici stanno a dimostrare che questa
situazione va a modificare il regime delle piogge nell’Europa
dell’ovest e potrebbe avere un’influenza ben più grande
sull’agricoltura, la viticoltura e altre attività economiche”.
Jean
Malaurie è una delle figure di punta della ricerca polare. Esploratore,
scrittore è un instancabile difensore del popolo Inuit. In un’intervista, ripresa dal Manifesto nel 1999, il grande esploratore scrisse “Lo
scioglimento dei ghiacciai colpisce tutta la costa della Groenlandia.
Avevo già notato che i ghiacciai della Groenlandia settentrionale, cioè
di un terzo della Groenlandia, erano, sulla costa nord-occidentale
(nella Terra di Inglefield), in precario equilibrio. Questo grande
ghiacciaio è infatti secco: poggia sullo zoccolo archeano, senza alcuna
morena sottostante. Tutto fa pensare che la Groenlandia
settentrionale potrebbe subire una rapida deglaciazione. In tal caso,
la massa dell'inlandsis groenlandese, grande cinque volte la Francia
che, in ragione del suo volume, è in auto-equilibrio termico,
rischierebbe di esserne danneggiato.” Aggiunge poi, “La storia naturale
ci insegna che nel Pleistocene, cioè nell'era interglaciale e
post-glaciale, massicce deglaciazioni hanno provocato movimenti di
grande ampiezza. L'innalzamento del livello dei mari di parecchi metri
sarebbe la conseguenza principale di una simile deglaciazione. Ne
conseguirebbero poi, senza il minimo dubbio, violenti smottamenti
sismici sulle dorsali fragili della Terra”. L’essere umano non può
certo impedire gli effetti disastrosi provocati dalla natura, ma quelli
causati all’incuranza della società? Lunedì 10 settembre, a Berlino, si
sono incontrati i venti paesi considerati i più grossi consumatori di
energia – il G8, i grandi paesi in via di sviluppo, India e Cina, con
dei rappresentanti delle Nazioni Unite e della società civile.
L’obbiettivo era stabilire i punti di accordo minimo per prepararsi
alla Conferenza Mondiale sul Clima che si terrà a Bali in Dicembre con
l’intenzione di trovare un’intesa per un nuovo protocollo che verrà a
sostituirsi a quello di Kyoto, la cui estinzione è prevista nel 2012.
L’India e la Cina,
secondo paese più inquinante al mondo dopo gli Stati Uniti, non
accettano restrizioni e controlli perché li considerano un “freno al
loro sviluppo”. Sarà il compito dei negoziatori trovare una breccia in
questo muro di rifiuto e di indifferenza alla sorte del pianeta.
Si
parla di conseguenze sulla fauna e sulla flora… ma non dobbiamo
dimenticare che nella zona artica vivono delle popolazioni umane
autoctone. Il Segretario Generale dell'Organizzazione Mondiale della
Meteorologia (OMM), Michel Jarraud, ha affermato che tra i progetti di
ricerca dell’Anno Polare Internazionale, una grande attenzione sarà
rivolta verso le comunità che vivono nelle regioni polari. I popoli
indigeni dell'Artico sono, di fatto, tra le popolazioni più colpite dal
cambio climatico. Da anni, si verificano preoccupanti trasformazioni
genetiche tra loro. In un articolo di Le Monde del 18 settembre
scorso, si riferisce un grave cambiamento nella natalità, tra cui un
peso nei nascituri molto più basso e una prematurità eccessiva.
Inoltre, «diversi studi condotti in Russia e in Groenlandia per il
Programma di Sorveglianza dell’Artico (AMAP) hanno dimostrato che tra
le comunità Inuit, nascono due bambine per ogni bambino.» Lo stesso
quotidiano francese riferisce di ulteriori risultati pubblicati in Gran
Bretagna su The Guardian e The Independent e
recentemente presentati a Nuuk, in Groenlandia, in un symposium onde si
evidenzia il “collegamento tra la concentrazione di prodotti inquinanti
organici persistenti (POP), tra cui il PCB, nel sangue delle donne
incinte e il sesso del bambino”. Sono stimati a circa 400.000 i membri
delle comunità indigene del Polo nord. Si trovano senza alcuna
protezione legislativa a tutela della loro esistenza, per difendere i
loro diritti sulla loro terra, le loro risorse e il loro ambiente.
A
Berlino, nell’occasione delle manifestazioni per l’Anno Polare
Internazionale, l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM), insieme a
delegati del popolo Inuit della Groenlandia, ha messo in guardia
proprio sulla minaccia per i popoli artici derivante dai cambiamenti
climatici. "Da molti anni ormai i popoli indigeni delle regioni polari
osservano le gravi conseguenze del cambio climatico. Scienziati
provenienti da tutto il mondo, esperti indigeni e le loro comunità
devono collaborare strettamente per comprendere a fondo i meccanismi
del cambiamento climatico e trovare soluzioni adeguate per contrastarne
le conseguenze: le popolazioni interessate devono essere ascoltate e le
loro conoscenze devono essere tenute in debita considerazione" -
riporta un comunicato dell’Associazione dei Popoli Minacciati. Essa
denuncia che “a causa dello scioglimento dei ghiacci artici, risorse
fino ad oggi non sfruttabili possono essere estratte con maggiore
facilità - con tutte le conseguenze negative per l'ambiente e per le
persone che vivono in quelle aree. Anche per questo i popoli artici si
trovano letteralmente sull'orlo del precipizio"- conclude APM.
Perché
tanto impegno per i Poli? Perché tutto è collegato e interdipendente.
E’ quindi necessario capire come funzionano e come interagiscono le
terre emerse, gli oceani e l’atmosfera del pianeta..
L’obbiettivo
dell’Anno Polare Internazionale è di raccogliere delle informazioni per
conoscere meglio le nostre regioni polari, più in generale il ruolo dei
due poli nel mutamento climatico nell'ecosistema della Terra, il ruolo
svolto dall’Artico e dall’Antartide in relazione ai cambiamenti
climatici passati, attuali e futuri, coscientizzare l’opinione pubblica
e trovare le strade per affrontare l'emergenza climatica. L’Anno Polare
Internazionale si svolge ufficialmente dal 1° marzo 2007 al 1° marzo
2008, ma si protrarrà fino al 2009, tempo necessario per osservare le stagioni ai due poli. Quest’anno è il quarto Anno Polare Internazionale.
Il primo si è svolto nel 1882 – 1883, il secondo nel 1932 – 1933, il
terzo nel 1957 – 1958. E’ importante segnalare che 60% delle nostre
conoscenze attuali sulle regioni polari sono il risultato delle
ricerche del 1958. “La differenza, oggi” spiega Louis Fortier,
direttore scientifico di Artic Net, una rete canadese di ricerca
sull’Artico, “è che questo nuovo Anno Polare Internazionale (IPY) si
svolge in un contesto di riscaldamento climatico”.
E’
cominciato il più ambizioso sforzo – scientifico e di coordinamento
internazionale – per conoscere le regioni Artica e Antartica. L'Europa
è da tempo in prima linea nello studio dei poli: ha investito 200
milioni di euro in più di duecento progetti. Le cifre dell'impegno
comunitario sono notevoli: venticinque stazioni scientifiche operano
nell'Antartico, ventidue nell'Artico e una flotta di 57 mezzi, tra
aerei e navi, è impegnata nelle ricerche sui ghiacci ai due estremi del
globo. Gli esperti delle nazioni europee impegnate nello studio delle
regioni polari sono riuniti nell'European Polar Board.
Attraverso 228 progetti internazionali
verrà esaminato un ampio ventaglio di fenomeni fisici, biologici e
sociali riconducibili alle principali azioni di ricerca individuate
dall’IPY e riassumibili nelle sei tematiche seguenti:
Stato delle regioni polari: determinazione dell’attuale situazione ambientale dei poli;
Evoluzione delle regioni polari:
quantificazione e comprensione dei cambiamenti ambientali e sociali,
passati e attuali, finalizzate alla realizzazione di proiezioni
previsionali;
Interazioni planetarie:
migliorare la comprensione e l’interpretazione delle interazioni
esistenti tra le regioni polari e il resto del globo e dei diversi
fenomeni che ne stanno alla base;
Nuove frontiere scientifiche: spronare la ricerca scientifica nelle regioni polari fino alle ultime frontiere della scienza;
Osservatori privilegiati:
sfruttare la posizione unica delle regioni polari per sviluppare e
accrescere gli studi sul nucleo terrestre, sui campi magnetici, sul
Sole e l’universo
Fattore umano:
analizzare i processi storici, culturali e sociali che condizionano
l’adattabilità e la sostenibilità delle civiltà circumpolari e
identificare il loro specifico contributo alla diversità culturale
dell’umanità.
I
siti, messi a disposizione di chiunque si sente coinvolto, forniscono
molte indicazioni e proposte per partecipare o accompagnare l’IPY.
Molteplici
le iniziative che si possono seguire in diretta, via Internet. Nel 2007
e 2008 è programmata una spedizione in Artico di Jean-Louis Etienne che
raggiungerà l'Alaska passando per il Polo Nord a bordo di un dirigibile
attrezzato di strumenti che consentiranno di monitorare spessori della
banchisa e parametri meteo. Ma le campagne di misura riguarderanno
anche l'Antartide; in particolare Meteo France prevede una campagna di
misura nell'autunno 2008 (primavera australe) con radiosondaggi alla
stazione Italo-Francese Concordia che consentiranno di validare i dati
dei rilevamenti satellitari in orbita polare sull'Antartide e di
simulare maggiormente la previsione dello strato di ozono.
Anche la Giornata Mondiale
della Meteorologia, che si celebrerà il 23 Marzo 2008, sarà dedicata
quest'anno alla Meteorologia Polare per porre in evidenza gli impatti
della circolazione atmosferica polare e dei suoi cambiamenti
sull'intero clima del Pianeta. La Giornata
del Ghiaccio, appena celebrata il 21 settembre, è la prima Giornata
Polare Internazionale sul Ghiaccio del mare. Più di 30 progetti sono
destinati allo studio del ghiaccio del mare o dell’ecologia del
ghiaccio del mare.
Oltre
a programmi di ricerca, però, l’Anno Polare vuole promuovere anche
iniziative didattiche e divulgative per stimolare una maggiore
sensibilità nel pubblico sul ruolo fondamentale svolto dalle regioni
polari per il mantenimento degli equilibri ambientali del pianeta.
Studenti, cittadini e appassionati potranno seguire l’andamento delle
campagne di studio in tempo reale grazie a numerose attività che enti
scientifici, musei e associazioni culturali proporranno nel corso dei
prossimi mesi. L’operazione “Scienza ai poli” proposta dalla
Comunità scientifica coinvolge ogni Ministero della Pubblica Istruzione
e della Ricerca scientifica nel mondo. La finalità è incoraggiare la
realizzazione di progetti nelle scuole in relazione ai temi dell’Anno
Polare Internazionale. Sul sito ufficiale dell’IPY, http://www.ipy.org/,
si può accedere ad una rubrica specifica per gli insegnanti e i
ragazzi, iscriversi, partecipare alle proposte e agli esperimenti
suggeriti, identificare la propria scuola o classe con il lancio di un
pallone virtuale ed entrare nell’International Polar Network. Il
programma in italiano si chiama “Rompiamo il ghiaccio”, una proposta amichevole ed invitante per ognuno di noi.
L’Associazione Paulo Parra per la Ricerca sulla Terminalità –A.R.T.,
presente da sempre su tutte le strade che portano ad un miglioramento
della qualità della vita e della relazione armoniosa, pacifica e
rispettosa tra esseri umani e nei confronti di animali e natura,
aderisce alle proposte dell’Anno Polare Internazionale. Tramite il suo
programma Padì – Parole Discrete, un percorso formativo destinato agli
studenti delle scuole elementari, medie inferiori e superiori, da otto
anni affronta con i bambini e adolescenti i delicati temi delle
emozioni, della sofferenza, della perdita e della solitudine, aiuta i
giovani a confrontarsi con il senso di responsabilità verso l’altro,
quindi anche verso la comunità e il pianeta. Già con l’inizio dell’anno
scolastico, l’A.R.T. attraverso Padì ha invitato una scuola della
Provincia di Parma ad essere la prima scuola della Regione Emilia
Romagna a lanciare il suo pallone virtuale, iscrivendosi sul sito
dell’IPY. Nello stesso modo suggerisce ai docenti, nelle sue proposte
formative, una visita presso i Musei Nazionali dell’Antartide a Genova,
Siena e Trieste (http://www.mna.it/).
L’A.R.T. e Padì intendono proseguire quest’opera di sensibilizzazione
con le scuole piacentine dove partirà tra poco il percorso e invita chi
fosse interessato a prendere contatto con lei. Il calendario
dell’A.R.T. di quest’anno, il Calendario 2008 di Padì – Parole Discrete,
oltre a celebrare i dieci anni dalla fondazione dell’A.R.T., una tra le
più attive associazioni onlus affiliata alla Federazione Italiana Cure
Palliative, ha scelto l’Anno Polare Internazionale come tema di
sensibilizzazione per i 365 giorni del 2008.
Per quanto riguarda l'Italia, il responsabile dei programmi scientifici dell’Anno Polare Internazionale è il prof. Carlo Alberto Ricci, di Siena, Presidente della Commissione Scientifica Nazionale per l’Antartide, CSNA. Coordina la Commissione Italiana
composta dai seguenti esperti: prof. Roberto Azzolini CNR - Polarnet,
Organizzazione italiana Research Council, Roma; prof. Carlo Barbante,
Università di Venezia; prof. Nino Cucinotta, Consorzio PNRA - Programma
Nazionale di Ricerche in Antartide, Roma; prof. Guido di Prisco,
CNR-IBP, Istituto di Biochimica delle Proteine, Napoli; prof. Massimo
Frezzotti, ENEA Ente per le Nuove tecnologie, l’Energia e l’Ambiente,
Roma; prof. Antonio Meloni, INGV Istituto Nazionale di Geofisica e
Vulcanologia, Roma.
Un’ultima
proposta per sensibilizzare l’opinione pubblica e avvicinare gli
scienziati alla popolazione è un’iniziativa della Commissione Europea (Researchers in Europe).
Per il terzo anno consecutivo, più di 20 paesi proporranno nella stessa
data, venerdì 28 settembre, in decine di città nel mondo, la Notte Polare 2007 dei Ricercatori!
Trattasi di appuntamenti inediti con scienziati di ogni orizzonte e
disciplina. Obiettivo: mettere il ricercatore al centro della società.
Per fare eco al quarto Anno Polare Internazionale, molte città europee
hanno scelto di illuminare quella notte con i colori sfavillanti delle
notti polari. Chi volesse saperne di più può consultare i siti
ufficiali dell’Anno Polare Internazionale: http://www.ipy.org/ e il sito ufficiale del CSNA: http://www.annopolare.it/
*Articolo scritto da Amanda Castello - pubblicato sul quotidiano Libertà del 02/08/2007